“Piacere, sinistro di Dio”: Emerson e una nuova sfida a Potenza

25.10.2018 15:58 di Redazione TuttoPotenza Twitter:   articolo letto 954 volte
Fonte: Luca Guerra, gianlucadimarzio.com
Emerson Ramos Borges
Emerson Ramos Borges

Il difensore brasiliano, sardo d'adozione, guida le ambizioni dei lucani.

Il telefono squilla. 19,30 di un pomeriggio infrasettimanale, al termine di una doppia seduta di allenamento. “Sì, sono io, ma diamoci del tu, altrimenti diventa difficile raccontarsi”. Le reti segnate in carriera sono 74 (“Forse qualcosa si è anche perso per strada quando giocavo in Brasile” scherza il diretto interessato), ma all'anagrafe calcistica il ruolo è quello del difensore. Succede se ti chiami Emerson Ramos Borges, calci come un attaccante e pensi come un educatore. Che a 38 anni ha deciso di accettare la sfida del Potenza, fresco di ritorno in serie C, per puntare ancora in alto. Certo non una novità per chi ha giocato in piazze importanti, da Livorno a Padova passando per Reggio Calabria. “Siamo partiti un po' a rilento – spiega Emerson ai microfoni di gianlucadimarzio.com - anche perché le aspettative erano diverse, anche per il mercato che il presidente ha fatto. Eravamo partiti tra le prime in classifica e la piazza era abituata al percorso netto vissuto in serie D. I passi falsi fanno però parte del gioco. Le cose con mister Ragno non giravano come da attese e sappiamo che nel calcio il primo a pagare, forse l'unico, è l'allenatore”.

Da Ragno a Raffaele. Primo test con il nuovo allenatore e vittoria esterna a Siracusa. Un risultato che ha alimentato l'entusiasmo di Potenza. Piazza che ha convinto Emerson al primo sguardo: “Potenza è una piazza che vive di calcio – racconta - mi serviva un po' di entusiasmo del sud ed ero deluso da me stesso per non aver giocato il rush finale dei playoff con la Feralpisalò. Poi è arrivata la proposta del Potenza e l'ho accettata volentieri. Mi aspettavo un ambiente caldo, me ne aveva parlato Dettori a Salò. Guardavamo le partite del Potenza e ci meravigliavamo del calore della gente allo stadio”. Calore, parola chiave per chi affonda le proprie radici in Brasile (“Vengo da Joinville, seicentomila abitanti, città tipicamente industriale. Ma alla fine nel mio quartiere ci conoscevamo tutti. Si viveva bene, eravamo tutti amici”). Oggi Emerson è un “sardo d'adozione”, che a Nuoro – ai primi passi della carriera italiana, in Eccellenza – ha conosciuto Marcella, sua moglie, e che nella vita ha realizzato “due reti meravigliose: i figli Lucas, 5 anni, e Elisa, 8. Sono sempre con me”. E la foto su Whatsapp, con il quadretto familiare e il Cristo Redentore di Rio alle spalle, è l'immagine perfetta per raccontare la serenità dell'uomo e del calciatore. “I miei figli sono il motivo principale della vita – ammette - E' difficile tenerli, sono due e mia moglie deve esser e un difensore molto bravo. Un brasiliano adottato in Sardegna. Siamo andati in Brasile quest'anno, ci sono andato per 20 giorni a salutare i genitori. Peccato che dura poco. La saudade c'è, ma è il prezzo da pagare”.

Saudade e ricordi. Un binomio sempre presente nella carriera di Emerson. Cerchi il suo nome su Youtube, ed ecco una carrellata di video spettacolari: la sassata dai 40 metri al Granillo contro il Sassuolo, una cavalcata a tutto campo con mancino preciso in Nuorese-Tavolara, un bolide da centrocampo con la maglia del Livorno contro il Torino, il primo centro del sardo-brasiliano in A. “ Il passato fa parte di me stesso, lo vivo insieme al presente – è la sua filosofia - penso sempre al futuro, mi fa piacere rivedere i miei gol. Rivedo le partite per capire dove ho sbagliato e in cosa posso migliorare. Anche a 38 anni si può sempre crescere. Nessuno è completo, tutti possiamo imparare sempre. Il gol non è mai stato però un'ossessione. I gol più belli? Come valore, i due fatti in serie A. Bellissimi, ma ne ho fatti anche altri nelle altre categorie. Ho una fortuna, questo mancino che madre natura mi ha dato”. Fino alla serie A con il Livorno. “C'era una bella squadra, tanti giovani che hanno fatto carriera, da Benassi a Duncan”. E Piccini, ora in Nazionale: “Se me lo sarei aspettato? “Se ti dico per quello che è stato a Livorno, è normale che ti dico di no. Cristiano in quell'anno era giovane e ha giocato poco. Però le caratteristiche fisiche erano evidenti. Si vedeva che era un terzino di grandi qualità fisiche. Nel calcio una partita ti può cambiare la vita, bisogna farsi trovare sempre pronti. Lo dico sempre ai giovani”.

Nella massima serie, però, Emerson ci è arrivato solo a 33 anni, nel 2013. “Perché così tardi? Bella domanda. Ognuno di noi ha una maturazione che arriva più tardi, io per arrivare in A ho dovuto vincere un campionato di B. Davide Nicola mi aveva portato a Livorno e mi aveva permesso di consolidarmi da centrale di difesa: non avrei mai deciso di diventare difensore, ho iniziato da attaccante. Ero un'ala mancina. Oggi quel passato mi aiuta a rubare il tempo in più all'attaccante. Noi dobbiamo pensare tre volte prima di loro.”. Un'intuizione con un nobile precedente: “Non ho deciso io di cambiare ruolo, dal centrocampo alla difesa: è stata un'idea di mister Menichini a Lumezzane, lui ha deciso di vedermi in difesa perché aveva fatto lo stesso anche con Mihajlovic (ride, ndr) e mi vedeva come ultimo uomo perché sapevo impostare e tenere la posizione. A centrocampo voleva un calciatore con più gamba e ho accettato volentieri”.

Torniamo su Youtube. Il tono al telefono di Emerson è quello di chi sa che raccontarsi è importante. “Molti giovani oggi non apprezzano la possibilità che hanno”. Altro video, altro tasto Play ed ecco che compare il Sinistro di Dio. “I complimenti piacciono a tutti, è un soprannome che arriva da Taranto, dopo un gol contro il Potenza. Avevo esultato sotto la curva vuota. Mi fa piacere. Sono credente, credo nel destino, sono una persona dal cuore infinito. Me lo dice anche mia moglie, ma io sono fatto così. Cerco di aiutare sempre chi ha bisogno. Gesù ha detto che deve essere così con tutti. Occorre spirito di adattamento: nei giovani è sempre meno. Sono uno che si adatta. Da piccolo facevo il bagno nell’acqua sporca. Nel 2002 ho vissuto in una foresteria con 36 ragazzi”. La compagna di vita è la stella polare della maturazione di Emerson: “Mi ha cambiato la vita e il modo di pensare e vedere la quotidianità”. Nel calcio, poi, il pensiero è per chi lo ha affiancato nei primi tempi in Sardegna: “Ho cercato di imparare da tutti, dai Virgilio Perra che mi ha fatto arrivare in Italia, Fabrizio Frediani, mio cugino Paolo che mi ha aiutato nella parte burocratica del passaporto”.

La sua carriera così particolare gli ha permesso di registrare un piccolo grande record: quello di fare gol (quasi sempre con tiri dalla lunghissima distanza) in tutte le categorie dall’Eccellenza alla serie A. Parla di calcio e si emoziona, Emerson. Come quando da piccolo “facevo i palloni con lo scotch e i quaderni di mio fratello” ci racconta. “Giocavo nel cortile di casa, nella lavanderia di mia mamma. Dormivo con questo pallone di scotch tra le braccia. Oggi sono una persona fortunata, che ha avuto la possibilità di pensare sempre a quello che mi piaceva. Quando vado a dormire mi ricordo ancora dei vetri rotti della lavanderia. Andavo anche a fare il raccattapalle per la squadra del quartiere. E appena finiva il primo tempo, prendevo il pallone e andavo in campo. Piazzavo la sfera in un punto e battevo le punizioni”. I risultati sono evidenti oggi. Emerson si guarda alle spalle, senza ignorare il futuro: “Appena sentirò che non riesco a dare quello che voglio, mi metterò da parte. Farò altro. Devi giocare fino a che stai bene, altrimenti devi metterti da parte. Spero di stare bene più tempo possibile. Allenatore? No, non mi sembra giusto. Ho già fatto il corso UEFA B quando ero a Padova perché vorrei lavorare con i bambini e dargli qualcosa. Ho vissuto un sogno da quando ho toccato il primo pallone. Non sono mai stato egoista nella mia vita. Creare la mia scuola calcio sarebbe un sogno”. L'insegna è già pronta: scuola calcio “Il sinistro di Dio”.