L'Atalanta che trionfa nella notte di Valencia e scolpisce il suo nome nell’élite della Champions, lui che segna quattro gol, dribbling, serpentine, estasi tecnico sportiva, le suggestioni di Pallone d’oro. L’epicentro della pandemia, il conteggio dei morti, il suono delle sirene, i camion dei soldati che di notte trasportano le bare via da Bergamo. Forse è stato troppo. Troppo tutto assieme e troppo velocemente.

Quello che è sicuro è che Josip Ilicic quando il pallone ha ricominciato a rotolare e quando tutti parlavano di ritorno alla vita è sparito. Ultima comparsa in campo l’11 luglio contro la Juventus, spento, depotenziato, poi basta. Un recupero che slitta a non si sa quando, forse nemmeno all’inizio della prossima stagione, il permesso di tornare in Slovenia per riprendersi. Due parole sussurrate dal suo allenatore Gian Piero Gasperini, «gli siamo vicini», altre che rimbalzano «problemi personali» e che come succede quando il mistero è fitto hanno preso la forma di bufale, come quelle di un rapporto in crisi con la moglie Tina, anche lei, come Josip, scappata in Slovenia dalla guerra, e conosciuta dentro lo stadio dell’Interblock, dove lui cercava di prendere il volo e lei si allenava sui 400 metri. Tina ha mollato l’atletica per seguire Josip, Josip ha detto «è per Tina se non ho mai mollato», come ha raccontato lui in una delle rarissime interviste rilasciata a Sportweek ai tempi di Palermo, il primo approdo in Italia.

E ora che succede? Attorno si è alzata una barriera di silenzio che sa di protezione. E di rispetto per un ragazzo che non si sa cosa abbia, ma che di sicuro sta soffrendo. Un ragazzo molto sensibile (al portale croato 24sata a febbraio aveva detto: «Quello che è successo a Davide Astori è stato nella mia testa per giorni. Non riuscivo a dormire, ho pensato: “E se non mi svegliassi la mattina, e se non vedessi più la mia famiglia?”»), solitario, con il culto della privacy. A Zingonia lo chiamano «la nonna», perché ascolta ogni malanno.

«So già cosa mi vuole chiedere, ma io non parlo. Clic», la reazione del manager Amir Ruzniç. Ma non è per morbosità se tutti si chiedono che fine ha fatto Ilicic, è che questi tempi hanno già portato via così tanto che il rischio di vedere perduto un talento come il suo fa malinconia. «Ogni tanto lo chiamo per sapere come sta, ma adesso non mi ha risposto — racconta Antonio Sivec, che quando era a Palermo, gli faceva da interprete —. Cosa sta succedendo? Per me si è spaventato con la pandemia. Ma non per sé, per le sue bambine. Lui con loro vuole essere il padre che non ha mai avuto. Tutti quei morti gli avranno ricordato la guerra... sarà sconvolto, altra spiegazione non esiste; questa è paura, paura che ti blocca le gambe». Certezze non ce ne sono.

Nemmeno sul passato. Ilicic è nato nel 1988 a Prijedor, in Bosnia e Erzegovina, poi luogo di un terribile eccidio; suo padre è morto quando lui aveva sette mesi, pare per malattia, anche se in Slovenia girano altre ricostruzioni. «Non so cosa voglia dire la parola “papà”, sono stati i compagni di scuola a spiegarmi cos’è», ha raccontato una volta. E chissà che non sia rimasto un buco nero dentro il quale ogni tanto il ragazzo si perde.

Sezione: Primo Piano / Data: Sab 01 agosto 2020 alle 20:19 / Fonte: corriere.it
Autore: Redazione TuttoPotenza / Twitter: @tuttopotenza
Vedi letture
Print