“Meno calcio, più scuola”, ha liquidato la faccenda Roberto Speranza non più tardi di domenica scorsa, ricevendo l’acre risposta del commissario tecnico della Nazionale Roberto Mancini: “Il ministro pensi prima di parlare”. Il catfight intorno al pallone riguarda la passionalità dei 60 milioni di commissari tecnici quali tutti noi siamo e un dibattito intorno alla Serie A che, non da oggi e non per il Covid, è spesso prigioniero di scontri tra bande e pretestuosità di argomentazioni. Ma la discussione non può essere confinata al manicheismo di chi da un lato costantemente contrappone i “22 milionari viziati” che scendono in campo alla “gente che muore”, e dall’altro a chi fa dello show che deve andare avanti una sorta di diritto inalienabile dell’umanità.
Il pallone, oltre alla sua funzione sociale, è anche un’industria che dà da vivere a un robusto indotto fuori dal campo, che fattura e che paga le tasse. “Dalla serie A mi aspetto che le richieste siano accompagnate da una seria volontà di cambiamento: le grandi società vivono in una bolla”, aveva detto alla fine dello scorso marzo un altro ministro, Vincenzo Spadafora, colui che tiene in mano le redini dello Sport. L’ultima di una serie di dichiarazioni che gli è valso un appellativo che spesso si è sentito risuonare nei conciliaboli della Lega calcio, quello del “primo ministro che odia il calcio”. Un’etichetta che i suoi smentiscono recisamente. “Vincenzo è un grande appassionato - spiega un suo collega - e tra i nostri ha mediato sempre tra chi spinge per andare avanti costi quel che costi e i tetragoni dello stop in quanto attività non necessaria”.
Ma anche nello stesso governo l’atteggiamento del ministro è stato sempre considerato ondivago, e il mondo dello sport lo ha ormai definitivamente bollato come inadeguato. Se è nota la posizione comprensibilmente rigida del collega alla Salute Roberto Speranza, da Spadafora ci si aspettava una maggior attenzione alle ragioni dello sport in generale, e della Serie A in particolare. I numeri sono chiari. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24ore tra i massimi esperti di economia del calcio, li snocciola impietosamente: “La Serie A finanzia tutto lo sport italiano. Paga tasse per 1,4 miliardi, e da quelle imposte si ricavano i 400milioni che sono di fatto l′80% dei budget del Coni e delle federazioni”.
Fermare il calcio ai suoi massimi livelli significherebbe di fatto infliggere una ferita grave a tutto il sistema italiano, ma sembra che il governo non tenga conto di un modello che esso stesso ha contribuito a mettere in piedi.. E’ Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna e della conferenza delle Regioni, il principale contraltare dell’esecutivo. Ad agosto, quando il livello dei contagi era più contenuto, aveva auspicato la riapertura almeno parziale degli stadi. “Manco sembra di sinistra”, ha ironizzato l’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic, che ha aggiunto poi serio: “Ci sono mille persone allo stadio e poi vai in spiaggia a Rimini e sono uno sopra l’altro”.
All’interno del governo la linea (che non c’è) di Spadafora è stata duramente criticata da un nutrito drappello di suoi compagni di partito, guidati dall’ex sottosegretario Simone Valente: “Il calcio vale il 7% del Pil italiano”, ha tuonato in difesa delle ragioni economiche della Lega. Una sparata non corroborata dai numeri, ma che rivela lo stato di tensione all’interno della truppa pentastellata, mentre ieri il senatore Agostino Santillo tuonava sulla salute quale “valore costituzionale di riferimento”.
I numeri del pallone non sono quelli che gli attribuisce Valente, ma sono ugualmente importanti. Nel 2019 la Arel diretta da Enrico Letta ha redatto per la Federazione italiana gioco calcio un report secondo il quale il valore della produzione delle tre serie maggiori ha sfondato la cifra di 3,5 miliardi di euro, anche se Bellinazzo amplia la stima fino a “5 miliardi, lo 0,3% del Pil”. Allargando il campo, nel 2012 il Coni ha stimato che il sistema sport ha contribuito per 25,5 miliardi di euro al Pil, numeri che non si ha ragione di ritenere calati nell’ultimo lustro, almeno fino al lockdown, anzi. Di questi 22 miliardi erano legati alle spese delle famiglie, cifre sicuramente in forte contrazione nell’ultimo anno. “Già senza Covid-19 l’indebitamento era superiore ai 4 miliardi su un fatturato strutturale di poco sopra 3 miliardi. E i ricavi sono in forte contrazione. Ieri la Roma ha annunciato 200 milioni di deficit sul 2020, il più ampio per una società degli ultimi 10 anni. Ma la Juventus ha chiuso con un rosso di 90, il Milan e l’Inter viaggeranno intorno ai 50. Le big sono già alla corda”.
Il tutto si ripercuote su un indotto difficile da stimare, ma da non trascurare. Secondo Openeconomics, gli impiegati nella filiera ammonterebbero a “139 mila unità di lavoro qualificato e a 113 mila unità di lavoro non qualificato”. Anche volendole ritoccare al ribasso, secondo alcune osservazioni mosse dagli addetti ai lavori, si arriverebbe a un cifra tra i 100 e i 150 mila addetti, famiglie che si ritroverebbero per strada in caso di collasso del pallone. “La prospettiva è il tracollo del sistema se si ferma tutto - ammonisce il giornalista del Sole24ore - Ogni giorno di stadi chiusi mediamente si perdono 9 milioni”. Insomma, la questione ben più complicata dai “22 milionari” che scendono in campo la domenica, spesso demagocicamente additati come contraltare alle ragioni della salute. Da questo punto di vista secondo Bellinazzo “il governo ha assunto posizioni demagogiche e non consapevoli di valenza sociale e industriale dello sport. Solo interventi a pioggia, che hanno già esaurito i propri effetti e non hanno generato nessun rimbalzo economico”.
A giugno, dopo un lungo e complicato lavorio, Figc e governo hanno elaborato un protocollo, che è stato messo nero su bianco da una circolare del ministero della Salute validata dal Comitato tecnico scientifico, che riconosce la specificità del calcio come sport di contatto e che consente la ripresa delle partite, sostanzialmente dribblando la quarantena in caso di positività in un club, qualora entro quattro ore prima delle partite il resto della squadra risulti negativa al tampone. Il caso di Juventus-Napoli e le disposizioni della Asl del capoluogo partenopeo hanno rivelato una falla nella normativa. Un pasticcio relativo alla gerarchia delle leggi, per il quale la circolare ha una reale efficacia solo con il consenso e la collaborazione attiva di tutti i soggetti privati coinvolti (le 20 società, i giocatori, i dipendenti) e solo se non intervengano autorità competenti (le Asl, per esempio) che diano indicazioni in senso contrario.
La politica, chiamata a trovare una soluzione, se ne è sostanzialmente lavata le mani: “La priorità è la salute, decidano le autorità sportive”, ha detto Spadafora. In queste condizioni portare a termine il campionato di calcio sarà complicato. Il caso Genoa, che ha fatto registrare 17 positivi, un’eventualità che incredibilmente non era stata presa in considerazione, è stato risolto ex-post con una toppa regolamentare. Ma il calendario è sincopato, partito con circa un mese di ritardo rispetto alla norma, con un Europeo all’orizzonte nella prossima estate e infarcito infrasettimanalmente dalle competizioni europee. Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, ha aperto al modello playoff, rigettato da molte società perché da un lato considerato penalizzante per i top club, dall’altro un pericolo per gli introiti del mercato televisivo a causa della riduzione delle partite.
Se non ha funzionato il getlemen’s agreement tra i club sul protocollo Covid, sarà molto complicato trovare una sintesi in Lega calcio su questo fronte, che tocca nel vivo i cordoni della borsa delle società, anche a causa del clima di litigiosità perenne del nostro calcio, una situazione che non trova analogie nei paesi in cui si svolgono i principali campionati europei (Inghilterra, Spagna, Germania, Francia), che sono riusciti a elaborare una sintesi comune nonostante in molti casi la diffusione dei contagi sia estremamente più alta che in Italia.
“Se ci si cristallizza su questo format sono molte le possibilità che il campionato non si possa concludere regolarmente - conclude Bellinazzo - Anche in ragione del fatto che c’è un problema normativo, derivato dal fatto che il modello attuale non ha tenuto conto della struttura delle leggi, il vulnus è evidente”. Un mix di partigianerie, contrasti, caos delle regole e inadeguatezza della politica che rende il calcio un paradigma del sistema italiano. Ben oltre i guelfi della sicurezza sanitaria e i ghibellini del “the show must go on”, in un clima per il quale sembra complicatissimo convivere con il proprio vicino, figuriamoci con il virus.
Autore: Redazione TuttoPotenza / Twitter: @tuttopotenza
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