POTENZA - C'è un problema a Potenza. Anzi, a voler essere precisi, ce ne sono almeno due. Il primo è che il Potenza di Ivan Tisci continua a far sognare i suoi tifosi. Il secondo è che il Viviani, evidentemente, comincia a stare stretto a una passione che non conosce più confini. Eppure, mentre la squadra accende gli entusiasmi e le richieste di biglietti raccontano una città che ha voglia di calcio, ci sono ancora quei 600 posti in attesa dell'autorizzazione. Seicento, non seimila. Non stiamo chiedendo di costruire Wembley ai piedi delle scale mobili, ma di consentire a un numero significativo di tifosi di seguire la propria squadra.
Possibile che, nel 2026, per aggiungere qualche centinaio di spettatori si debba attendere ancora? La burocrazia, si sa, ha tempi tutti suoi: non guarda la classifica, non sente il boato della curva e, soprattutto, non conosce il concetto di entusiasmo. Magari, quando arriverà il via libera, il Potenza avrà già bisogno di altri posti. E a quel punto toccherà ricominciare da capo, con la consueta velocità amministrativa di una partita giocata al rallentatore.
Nel frattempo, però, succede qualcosa di curioso. Il Potenza vince, convince, segna e fa sognare i propri sostenitori. E, contemporaneamente, riesce nell'impresa di far arrabbiare tifosi di altre latitudini. Una doppia prestazione: una sul terreno di gioco, l'altra sui social, dove a ogni risultato rossoblù sembra corrispondere un aumento improvviso della temperatura corporea di una parte del pubblico avversario.
Qui, naturalmente, arriva il bello.
Il blasone non fa gol. E nemmeno la carta intestata
Polemiche, improperi, previsioni funeste, sentenze definitive pronunciate dopo novanta minuti e analisi tattiche elaborate con il conforto di una tastiera: il repertorio è vasto. Ma, a guardarle bene, molte di queste uscite sembrano più che altro, lasciateci passare il termine che non esiste nella lingua italiana e non è registrato in alcun dizionario, «blastonate» cioè bastonate dialettiche dai tifosi di squadre blasonate. Frasi stonate, appunto, pronunciate da chi è abituato a tifare squadre dal blasone importante e considera quasi un diritto divino vincere il campionato.
Per questa particolare categoria di pensiero calcistico, la classifica dovrebbe essere una formalità: il nome sulla maglia, la storia del club e magari qualche stagione trascorsa in categorie superiori dovrebbero bastare a stabilire chi merita di vincere. Il campo, invece, dovrebbe limitarsi a ratificare decisioni già prese altrove.
Peccato che il calcio non funzioni così. Per essere forti davvero bisogna dimostrarlo sul terreno di gioco, partita dopo partita. Il blasone può riempire una bacheca, ma non recupera un pallone, non vince un contrasto e non spinge la palla in rete. Il passato merita rispetto, certo, ma non concede punti in classifica.
Per informazioni più dettagliate, si potrebbe chiedere al Sassuolo: una realtà che ha dimostrato come, anche senza appartenere alla tradizionale aristocrazia del pallone, sia possibile conquistarsi spazio e risultati attraverso programmazione, lavoro e qualità. Perché la storia è importante, ma non può trasformarsi in un abbonamento perpetuo alla vittoria.
Il Potenza, nel suo piccolo, sta ricordando a tutti proprio questo: non servono necessariamente milioni di tifosi, copertine patinate o un curriculum da prima della classe per costruire una squadra capace di entusiasmare. Servono idee, uomini, lavoro e prestazioni. Tutto il resto è contorno. A volte persino indigesto.
Il complotto per mandare il Potenza in Serie B: qui siamo alla fantasia pura
Ma il capolavoro arriva quando la discussione si sposta sugli arbitri. Perché criticare una decisione arbitrale è legittimo, così come lo è discutere di un episodio controverso. Fa parte del calcio, da sempre. Un rigore può essere generoso, un'espulsione discutibile, un fuorigioco millimetrico può alimentare dibattiti per giorni.
Un'altra cosa, però, è cominciare a evocare presunti complotti per favorire il Potenza, con l'obiettivo addirittura di accompagnarlo in Serie B.
Qui non siamo più alla normale dialettica sportiva. Siamo alla fantascienza applicata al pallone, con tanto di sceneggiatura, regia occulta e finale già scritto. Manca soltanto la colonna sonora, magari con una riunione segreta tra arbitri, dirigenti e misteriose centrali operative incaricate di spingere i rossoblù verso la cadetteria.
Il tutto per una squadra che, per guadagnarsi qualsiasi traguardo, deve comunque giocare, correre, segnare e conquistare punti. Ma evidentemente, nella fantasia di qualcuno, il Potenza avrebbe già ottenuto una corsia preferenziale, una sorta di ascensore federale diretto alla Serie B.
Una ricostruzione talmente ardita da sfiorare il surreale. E che, se fosse accompagnata da accuse precise e presentate come fatti, meriterebbe ben altro che un commento sui social: le accuse si sostengono con prove, non con le suggestioni del dopo partita. Perché la libertà di criticare non coincide con la licenza di inventare.
E poi, diciamocelo: se esistesse davvero un piano occulto per favorire il Potenza, qualcuno dovrebbe spiegare perché i rossoblù debbano comunque sudare ogni pallone e guadagnarsi sul campo quello che conquistano. A meno che il complotto non preveda anche marcature, pressing, ripartenze e gol. In quel caso, più che un complotto, sarebbe un ottimo lavoro tecnico.
Lo ripetiamo, lasciateci divertire
La verità è molto più semplice, e forse proprio per questo dà fastidio: il Potenza sta facendo parlare di sé. I tifosi rossoblù sognano, il Viviani si anima e intorno alla squadra cresce un entusiasmo che non si può liquidare con una battuta o con una polemica arbitrale.
Naturalmente, una stagione è lunga. Nessuno ha vinto il campionato a ottobre e nessuno può pretendere che tutto fili sempre liscio. Le difficoltà arriveranno, gli avversari reagiranno, qualche risultato non sorriderà e sarà allora che si vedrà la consistenza reale di questa squadra.
Ma proprio questo è il bello dello sport: misurarsi con gli altri, accettare il verdetto del campo e provare a migliorarsi. Senza sentirsi inferiori perché si proviene da una città meno blasonata, ma anche senza credere che basti qualche buona giornata per sentirsi arrivati.
A chi, invece, ha già iniziato a distribuire sentenze, improperi e teorie complottistiche, resta un consiglio semplice: respirare, contare fino a dieci e magari guardare qualche partita in più. Potrebbe scoprire che il Potenza non ha bisogno di regali, protezioni o misteriosi disegni superiori. Ha bisogno di continuare a giocare come sa.
E a chi proprio non riesce a digerire i rossoblù lassù in alto, non resta che un rimedio: aspettare la prossima giornata. Magari la classifica cambierà, magari no.
È il calcio, bellezza!
Autore: Redazione / Twitter: @tuttopotenza
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