C’è un coro che, nel calcio, dovrebbe essere musica per le orecchie di chi lo canta e un piccolo fastidio per chi lo ascolta. «La capolista se ne va». Tutto regolare, almeno fino a quando a intonarlo non sono i tifosi del Potenza. Perché, a quanto pare, quando a cantare sono i rossoblù, il problema non è più soltanto la classifica: diventa una questione di opportunità, di blasone, di ambizioni e, perché no, persino di contabilità.
A Foggia, dopo il successo per 3-1 allo Zaccheria, il Potenza ha continuato a fare quello che gli riesce meglio in questo momento: vincere. E i suoi tifosi hanno fatto quello che fanno i tifosi di una squadra che si ritrova in vetta: hanno cantato. Non hanno presentato una domanda per la promozione in Serie B, né convocato una conferenza stampa per annunciare la conquista del campionato. Hanno semplicemente festeggiato il primato.
Eppure, da alcune reazioni e discussioni che circolano nell'ambiente Social, sembra quasi che il Potenza abbia commesso un'irregolarità: essere primo senza aver chiesto il permesso.

Il blasone non segna, la classifica non fa beneficenza
Mettiamo subito le cose in chiaro: il Potenza non deve vincere il campionato. Non ha l'obbligo di farlo, non deve dimostrare di essere nato per la Serie B e non ha bisogno di proclamarsi grande per sentirsi tale.
La promozione è un obiettivo che, per tradizione, investimenti e ambizioni, può appartenere anche ad altre società. Ma da quando il calcio ha smesso di giocarsi sul campo ed è diventato una graduatoria di stemmi, palmarès e fatturati?
Il blasone è una bella cosa. Racconta la storia, riempie le bacheche e alimenta i ricordi. Ma, quando l'arbitro fischia, non entra in campo da solo. Non pressa, non corre, non recupera palloni e soprattutto non segna. Per quello servono giocatori, idee, organizzazione e un allenatore capace di dare un'identità alla squadra.
Il Potenza, almeno finora, sta facendo parlare i risultati. Non il curriculum della società, non il numero delle coppe in bacheca, non la quantità di pronostici favorevoli. Le partite si vincono giocandole, non spiegando agli altri chi avrebbe più diritto a vincerle.
E se alla fine il campionato lo dovesse conquistare una squadra considerata meno blasonata delle concorrenti? Sarebbe un problema per il calcio o soltanto per chi ha confuso le gerarchie della vigilia con quelle del campo?

Se non andiamo in B, sopravviveremo. E magari ci saremo pure divertiti
C'è un'altra cosa che sembra sfuggire a qualcuno: i tifosi del Potenza non hanno bisogno di una promozione per essere autorizzati a gioire.
Se a fine stagione la Serie B dovesse prendere un'altra strada, non crollerebbe il mondo. Sarebbe una delusione, magari anche cocente, perché quando ci si abitua a sognare è naturale voler continuare. Ma il calcio non è soltanto il traguardo finale: è anche il viaggio, l'entusiasmo, la domenica allo stadio, la trasferta organizzata con gli amici, la soddisfazione di battere un avversario più accreditato.
È il piacere di guardare la classifica e scoprire che, per una volta, sono gli altri a dover inseguire.
Dunque, sì: lasciateci divertire. Lasciateci cantare. Lasciateci goderci questo momento senza doverci giustificare davanti a chi considera la gioia una prerogativa esclusiva delle piazze che hanno già frequentato categorie superiori.
Il tifoso non deve presentare un piano economico-finanziario prima di intonare un coro. Non deve dimostrare di avere uno stadio da Serie B prima di esultare per una vittoria. E non deve chiedere scusa perché la propria squadra sta andando meglio del previsto.
Il calcio popolare, quello autentico, dovrebbe essere anche questo: la possibilità di vivere un sogno senza che qualcuno arrivi subito con una calcolatrice a spiegarti perché non dovresti sognare.

«Scoppierà», «non ha i soldi»: il campionato dei pronostici funesti
Poi ci sono le profezie. Il Potenza scoppierà. Il Potenza non ha le risorse per sostenere la Serie B. Il Potenza prima o poi tornerà al suo posto.
Può darsi che la stagione riservi difficoltà, perché nessuna squadra è immune da infortuni, cali di forma, errori e imprevisti. E la Serie B, qualora arrivasse, richiederebbe naturalmente una valutazione seria delle risorse economiche, delle infrastrutture e della sostenibilità del progetto.
Ma tra un'analisi fondata e una sentenza preventiva c'è una differenza enorme.
Dire che una squadra potrebbe incontrare difficoltà è legittimo. Presentare come certezza il suo inevitabile fallimento, senza dati e riscontri adeguati, è tutt'altra cosa. E quando le previsioni negative diventano un ritornello, il confine tra critica sportiva e tentativo di screditamento rischia di farsi sottile.
Non occorre immaginare complotti o attribuire intenzioni a chi esprime dubbi. Basta chiedere una cosa semplice: su quali elementi si fondano certe affermazioni?
Se ci sono numeri, bilanci e fatti, discutiamone. Se ci sono problemi concreti, affrontiamoli. Ma se l'unico argomento è che il Potenza non avrebbe il diritto di stare lassù perché non possiede il pedigree di altre società, allora siamo davanti a una curiosa forma di aristocrazia calcistica.
E, spiace dirlo, la classifica non contempla titoli nobiliari.
Peraltro, non sono le parole a vincere i campionati. Non quelle pronunciate dagli avversari, non quelle dei commentatori e nemmeno quelle di chi, a Potenza, dovesse lasciarsi prendere la mano dall'entusiasmo. Servono i fatti. E i fatti, per adesso, dicono che il Potenza sta raccogliendo punti sul campo.

Potenza, capoluogo soltanto sulla carta?
Qui, però, il discorso si fa più serio e va oltre il pallone.
Perché il modo in cui il Potenza viene talvolta raccontato sembra riflettere un problema più ampio: la difficoltà di riconoscere alla città il peso che dovrebbe avere. Potenza è il capoluogo della Basilicata, sede delle istituzioni regionali, eppure troppo spesso fatica a essere percepita come un centro capace di esprimere ambizioni, progettualità e autorevolezza.
Naturalmente, non si può attribuire ogni difficoltà del Potenza Calcio alla politica, né trasformare una classifica sportiva in una prova delle responsabilità degli amministratori. Ma è legittimo domandarsi se la città, la Provincia e la Regione facciano abbastanza per tutelare e valorizzare il ruolo del capoluogo, anche quando si tratta di sport, impiantistica, servizi e opportunità.
La dignità di una città non si misura soltanto attraverso una squadra di calcio. Si costruisce con scelte concrete, investimenti, infrastrutture e capacità di rappresentare il territorio. E proprio per questo il Potenza Calcio può diventare, nel bene e nel male, uno specchio di una questione più grande.

Viene in mente la celebre battuta di Rocco Papaleo in Basilicata Coast to Coast: «La Basilicata esiste, è un po' come il concetto di Dio: ci credi o non ci credi».  A volte sembra che, per qualcuno, anche Potenza funzioni così: esiste quando c'è da indicarla sulla cartina come capoluogo, ma diventa quasi invisibile quando dovrebbe essere riconosciuta come una realtà con ambizioni, diritti e prospettive.
E allora il primato rossoblu assume anche un valore simbolico. Non perché una squadra di calcio possa risolvere le questioni di una città, ma perché può restituire entusiasmo, aggregazione e orgoglio a una comunità che ha tutto il diritto di sentirsi protagonista.
Sarebbe bello che questo entusiasmo non restasse soltanto sugli spalti, ma diventasse uno stimolo per chi ha responsabilità pubbliche: non per inseguire una classifica, bensì per dare a Potenza ciò che merita, indipendentemente dai risultati sportivi.

La capolista se ne va. E adesso che facciamo?
La risposta, per il momento, è semplice: si continua a giocare.
Il Potenza non ha ancora vinto il campionato, non ha conquistato la Serie B e non deve comportarsi come se avesse già tagliato il traguardo. L'umiltà serve, la concentrazione pure. Lo stesso Ivan Tisci, dopo la vittoria di Foggia, ha richiamato l'attenzione sulla necessità di mantenere alto il livello di guardia, consapevole che le avversarie affronteranno la capolista con motivazioni ancora maggiori.
Ma essere prudenti non significa rinunciare a essere felici. E mantenere i piedi per terra non impone di tenere la testa bassa.
La Serie B, se arriverà, sarà il risultato di un percorso da costruire giorno dopo giorno. Se non arriverà, resteranno comunque le emozioni di una stagione vissuta da protagonisti. Il resto appartiene al futuro, che nel calcio ha la cattiva abitudine di smentire chi pretende di conoscerlo in anticipo.

Perciò, cari amici delle altre tifoserie, non prendetevela troppo. Quel coro non è un'offesa al vostro blasone e nemmeno una dichiarazione notarile di promozione. È una fotografia del momento, una manifestazione di gioia, un modo colorito per dire che oggi il Potenza è davanti.
E se il coro dà fastidio, c'è un rimedio antico, semplice e persino democratico: vincere la partita successiva.
Quanto ai potentini, godetevi il viaggio. Cantate, esultate, riempite gli spalti e sostenete la squadra. Senza arroganza, ma anche senza complessi d'inferiorità. Non c'è niente di male a sognare in grande, soprattutto quando a rendere credibile il sogno sono i risultati.
Poi, a fine stagione, in Serie B ci andrà magari una squadra blasonata, come molti pronosticano. Oppure no.
E in quel caso, più che le parole, saranno i fatti a dover trovare una spiegazione.
Perché la capolista, almeno per adesso, se ne va davvero. E noi, con tutto il rispetto per chi non gradisce la colonna sonora, preferiamo accompagnarla cantando.
Lasciateci divertire. Almeno finché la classifica non cambierà musica oppure, come si dice da queste parti: "Non succede... ma se succede..."
Buon campionato.

Sezione: L'opinione / Data: Lun 12 ottobre 2026 alle 13:22 / Fonte: Rosario Cammarota
Autore: Redazione / Twitter: @tuttopotenza
vedi letture