Ero ancora giovane. Anagraficamente e di esperienze calcistiche. Speravo, già da allora, di poter venire a lavorare nel Taranto. Mi avevano parlato di un ambiente “stratosferico”, di un tifo stupendo, Luciano Aristei e Franco Falcetta. Amici di sempre. Avevano entrambi vissuto, in riva allo Ionio, sensazioni esaltanti. Fu anche per questo che alla chiamata di Nico Bruni, il vice dell’allora presidente Vito Fasano, risposi con grande entusiasmo. Era l’alba dell’anno 1987. Alla fine del girone di andata, di quel campionato di serie B, il Taranto era ultimo in classifica, contava solo 11 punti. Serviva un’impresa storica per salvarsi. Arrivammo quasi contemporaneamente io e Nando Veneranda. I ragazzi disputarono un girone di ritorno da primato. Maiellaro, De Vitis, Rosario Biondo, Silvio Picci, Sergio Paolinelli, Peppe Donatelli, (ciuciù) Paolucci, Dalla Costa, Marco Serra e tutti gli altri si esaltarono in una prestazione crescente, esaltante, favolosa. Ci salvammo, miracolosamente, negli spareggi di Napoli, contro Lazio e Campobasso. Il gol di Totò De Vitis, contro i biancocelesti, è rimasto nella storia rossoblù. Fece impazzire gli oltre diecimila tifosi tarantini che gremivano la curva sud del San Paolo.
Quel Taranto, come quello di Selvaggi e Iacovone, o quello successivo di Cipriani, Aruta, Caputo, Triuzzi, Mazzarano, Latartara, Pernisco, non esiste più. Nella gestione con Gigi Blasi portammo allo Iacovone, tra gli altri, Cutolo, Plasmati, Emerson, Zito, Mancini. Vincemmo in tribunale e sul campo. Fummo attori in stagioni esaltanti. Sfiorammo in due occasioni la serie B. Rappresentammo, purtroppo, il canto del cigno. La tradizione storica rossoblù, successivamente, è stata offuscata da gestioni anonime. Alcune scellerate. Non degne di quella maglia.
Zelatore e Bongiovanni sono quelli che hanno raschiato il fondo della botte. Lo Iacovone è diventato, ripetutamente, terra di conquista. Di tanti, troppi anonimi. Il loro progetto tecnico è fallito prima ancora che fosse sancita la retrocessione tra i dilettanti. Sono arrivati in riva allo Ionio una accozzaglia di mediocri che non possono essere definiti calciatori. Con la maglia che era prima di Iacovone e poi di De Vitis ha giocato un carneade di nome Magnaghi. Con quella di Rosario Biondo, tale Balzano. Con quella di Selvaggi e Maiellaro l’inqualificabile, modesto, impalpabile Cobelli. Solo il caso ha voluto che non scendesse in campo anche Cecconello (non ce ne voglia, lui non ha colpe) un ragazzo sconosciuto a tutte le platee professionistiche. Sulla panchina tarantina dove si erano seduti Toneatto, Invernizzi, Pasinato, Veneranda, Tom Rosati, Ivo Iaconi e Clagluna è arrivato un anonimo, improponibile prestanome, Pantaleo De Gennaro.
Zelatore e Bongiovanni hanno scelto la strada peggiore per giungere a un risultato sportivo annunciato. Pessimo. Fanalino di coda della classifica. Frutto di scelte inappropriate, per le competenze, ed inopportune, per i regolamenti, (Dellisanti non abilitato a fare mercato, Prosperi tecnicamente carente ed inesperto, quanto privo del titolo per allenare in categoria, De Gennaro allenatore solo sulla carta, ma in effetti solo un prestanome). Il consenso, che Zelatore e Bongiovanni avevano comperato con il ripescaggio, si è sciolto come neve al sole. Portando alla luce una lunga serie di comportamenti gestionali che potrebbero risultare compromettenti in relazione alla solvibilità futura del club.
Contrariamente a quanto sempre dichiarato dalla proprietà il Taranto risulterebbe oberato di debiti. Quattro mensilità di stipendi e contributi ancora da erogare e regolarizzare. Debiti nei confronti della Pubblica Amministrazione locae per l’utilizzo degli impianti. Debiti nei confronti dell’Erario. Fornitori ed anticipazioni bancarie di varia natura. Canoni di locazione non saldati per abitazioni date in fitto ai tesserati. Il tutto costituirebbe una massa debitoria notevole. Oltre ogni lecita misura, in rapporto alla categoria di appartenenza. Una “tegola” inaspettata, volendosi richiamare alle ricorrenti esternazioni di Zelatore e Bongiovanni che garantivano/rassicuravano sulla condizione “perfettina” della loro amministrazione. A nulla valgono, altresì, le esortazioni a controllare le scritture depositate presso la locale Camera di Commercio. Quelle, che risultano in essere, si riferiscono, per logica, al bilancio sino al 30 giugno dello scorso anno. Non riportano pertanto alcun riferimento al presente. Ed in ogni caso, per un raffronto costi/ricavi (conferimenti liberali inclusi) basterebbe mettere il “naso” sul conto economico relativo al periodo dall’ 1 luglio 2016 sino al presente.
Il Taranto non ha “appeal”. I motivi sono molteplici. Lo stato dello Iacovone, la carenza delle strutture (per la prima squadra e per il settore giovanile), le incertezze relative all’esito delle indagini sui recenti fatti violenti, il pericolo di ereditare una ma ssa passiva oltremodo onerosa. L’ingerenza della Fondazione Taras e di una frangia del tifo organizzato. Sono tutte situazioni che scoraggiano l’imprenditoria, quella sana e solvibile ad avvicinarsi al calcio sul territorio. Ancor meno al Taranto. La conclusione? Zelatore e Bongiovanni rimarranno con il “cerino” acceso in mano. Rimarranno anche in serie D alla guida del Taranto. Avviluppati nelle loro riflessioni. Isolati dal contesto sportivo del territorio. Contornati dai loro genuflessi, insignificanti “cortigiani”. Appecorati che potranno poi vantarsi di dire: con il Madre Pietra Daunia c’ero anch’io!
Dimenticavo. Tonio e Bettina non accettano la critica ai loro ripetuti/madornali errori. Minacciano querele a destra ed a manca. Alla stampa libera e coraggiosa. Ce n'è per tutti. Io, modestamente, ho un vanto. Sono quello più "gettonato".
Autore: Redazione TuttoPotenza / Twitter: @tuttopotenza
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