Nella Serie C, quella «dei comuni e dei pulmini», così come definisce la Lega Pro il suo impavido presidente Francesco Ghirelli, si possono ancora trovare storie da “calcio pane e salame”. Esemplare, quella dello “zio d’America”, Donato Curcio: il presidente onorario dell’Asd Az Picerno. Questa è sicuramente una storia che riconcilia con il vecchio calcio di provincia, romantico, da strapaese, che origina dalla stirpe unica e irripetibile del “padre-patron” degli anni ’70-’80, la cui effigie si identificava completamente con la squadra della città rappresentata. Così, Ascoli era sinonimo di Costantino Rozzi, Pisa di Romeo Anconetani, Cremona di Domenico Luzzara, Perugia di Franco D’Attoma, Vicenza di Giussy Farina, Catania di Angelo Massimino... Maschere popolari che una volta uscite di scena non hanno trovato dei degni eredi, e peggio ancora sono stati soppiantati dai manager prima italiani ora delle megaholding internazionali.
Ben il 13% sono le proprietà straniere insediatesi nel nostro calcio, dalla Serie A fino alla C del Picerno, in cui lo “zio d’America” rappresenta un po’ un ponte con quel passato nostalgico dei “padri-patron”. Anche per ragioni anagrafiche, Donato Curcio è un classe 1942. Il figlio di Vito Curcio e Elvira Gioiosa, con il cuore è rimasto sempre nella sua piccola Picerno, poco più di 5mila abitanti. Cuore lì nel borgo lucano, a 720 metri sul livello del mare, mente e business a Buffalo, nello stato di New York. Ma prima di fare i dollari nella Grande Mela, mister Curcio, a 19 anni, dopo il diploma all’istituto tecnico di Potenza, «per non gravare sui miei genitori e consentire alle mie due sorelle di proseguire gli studi », è emigrato. Via dalla “povera” Picerno «che all’epoca a un giovane come me non offriva nessuna prospettiva» per l’Inghilterra, poi in Francia «dove lavoravo in un’officina» e infine in Svizzera, «impiego in ufficio tecnico di progettazione meccanica». E qui apprende i segreti del mestiere che gli farà aprire l’azienda specializzata in macchine per decorare prodotti in plastica con “stampa a caldo”.
Da quella piccola fabbrica con pochi operai la ditta dello zio di Picerno è assurta a multinazionale con 50 sedi sparse nel mondo. Il suo impegno concreto con il club lucano è iniziato nel 2007: prima “donazione” da 1 milione di euro che sono serviti per l’ammodernamento dello stadio, l’unico in Italia intitolato a una persona vivente. Al “Donato Curcio” dopo la storica promozione in C del 2019, la squadra, ora allenata da Emilio Longo, la passata stagione ha chiuso al 10° posto. E sul suo campo, in sintetico, il Picerno (la seconda realtà più piccola della C dopo i viterbesi del Monterosi, paese di 4mila e 700 abitanti) ha reso la vita durissima anche alle blasonate della Lega Pro, come il Palermo neopromosso in B (sconfitto 1-0) e i cugini del Potenza con cui condivide il rossoblù delle maglie. «La straordinaria riconoscenza che la gente di Picerno ha nei confronti del presidente Curcio l’ho toccata con mano quando sono andato in visita alla società », dice il n.1 della Serie C Ghirelli che con grande soddisfazione annuncia l’«elezione storica del primo dirigente straniero eletto nel consiglio direttivo della Lega Pro, Robert Lewis». Anche lui americano, in coppia con John Ajello, un altro figlio di “paisà” sbarcati negli Usa, hanno rilevato il club romagnolo.
Dopo 80 anni di gestione made in Romagna, i bianconeri che furono dell’altra effigie popolare Edmeo Lugaresi (il presidente del piazzamento Uefa alla metà degli anni ’70) hanno trovato non uno, ma due zii d’America. «Una fortuna per Cesena e anche per la Lega Pro – continua il presidente Ghirelli – , perché Lewis e Ajello hanno compreso immediatamente il valore storico e sociale del nostro “calcio dei dei comuni d’Italia” e loro sono già attivi negli Usa per rendere visibile la C, sia dal punto di vista mediatico che su quello tecnico, con nuove accademie calcistiche». Anche la Triestina aveva trovato il suo munifico e generoso zio, ma in Australia. Nel 2016 l’imprenditore Mario Vittorio Biasin,fondatore e Ceo del colosso edilizio Metricon Home Builders, non aveva resistito al fascino delle radici triestine e così aveva rilevato gli alabardati, tanto cari anche al poeta Umberto Saba, finiti per l’ennesima volta nel girone dei fallimenti societari. Biasin, che di calcio si intendeva, assieme al socio Anthony Di Pietro controllava anche il Melbourne Victory, la “Juventus d’Oceania”.
A Trieste, con il patron australiano i tifosi giuliani hanno sognato un ritorno in tempi brevi nel calcio che conta. Sogno infranto in parte nel maggio scorso, quando il presidente Biasin a 71 anni è morto improvvisamente. Nella Melbourne di Biasin ha studiato Tony Tiong, il giovane magnate neozelandese che ha preso in mano l’Ancona Matelica. Nipote della “tigre della Malesia”, nonno Tiong Hiew King – nel 2021 era il 16° uomo più ricco del suo paese, patrimonio stimato in 1,5 miliardi di euro – il giovane Tiong, 40 anni, è sbarcato al porto calcistico di Ancona su suggerimento dell’imprenditore italiano ad Honk Kong Antonio Postacchini e con i buoni uffici di Leonardo Limatola, ex dirigente della Fiorentina. Limatola in qualità di advisor ha garantito anche l’ingresso dell’imprenditore tedesco Stefan Lehmann nella Pistoiese. Come a Cesena, anche a Pistoia si tratta della prima volta in un secolo di storia che gli “orange” toscani finiscono in mano straniera. Lehmann è il presidente del cda della Holding Arancione, mentre Giancarlo Iacoviello è il presidente nel cda della US Pistoiese 1921.
La Serie A da queste parti è una chimera che rimanda all’unica stagione in paradiso, quella 1980-’81 con Edmondo Fabbri sulla panchina della Pistoiese, subito retrocessa in B. E il pronto ritorno al torneo cadetto è l’obiettivo dichiarato del 60enne Lehmann che vanta trascorsi trascurabili come portiere, mentre le sue società, la Digimark Group (commercio all’ingrosso non specializzato) e Omega (ramo consulenza e pianificazione aziendale), hanno la giusta solidità per far coltivare ai pistoiesi futuri sogni di gloria. Promesse senza molta gloria, almeno dal punto di vista dei guadagni, invece sono i calciatori di Serie C che, nonostante il recente ritocco agli stipendi (intorno ai 400-500 euro lordi), rimangono sempre i più poveri del comparto professionistico. Il minimo retributivo per un 19enne tesserato in C è di 20.648 euro lordi, per un 24enne 27.170,00 euro lordi. In tempi di crisi nera non è poi neanche male per giocare a pallone, ma per chi viene dirottato in Lega Pro dopo essersi allenato con i campioni milionari della A, il gap è grande, a volte quanto la distanza che separa Picerno da New York.
Autore: Redazione 1 TuttoPotenza / Twitter: @tuttopotenza
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