Dopo la salvezza al termine di una stagione incredibile, ai microfoni di Contro-Piede.it ha parlato il mister del Picerno De Luca, raccontando le sue emozioni: la prima da allenatore tra i professionisti, che aveva visto l’esonero dopo un avvio di stagione complicato, per poi essere richiamato alla guida dei melandrini nel finale di stagione e condurli fino all’obiettivo, con un occhio anche al futuro.
Mister bentrovato. A mente fredda ha smaltito la tensione di questo finale di stagione e, soprattutto, come sta metabolizzando questa salvezza con il Picerno, un traguardo che al suo arrivo sembrava tutt’altro che scontato.
"Ti dico la verità: nessuna tensione particolare. Quando sono tornato a Picerno, l’ho fatto con grande entusiasmo e con la voglia pura di riprendere in mano la mia passione, il mio lavoro, e di portare a termine quel percorso che era stato avviato già l'anno scorso e nei primi mesi di questa stagione sportiva. Mi sono divertito molto con i ragazzi, sia durante le sessioni di allenamento che durante le partite. Ho trovato un gruppo fantastico, coeso, con il quale abbiamo compiuto quello che definirei un vero e proprio capolavoro sportivo. Questo giudizio è dato soprattutto per il valore delle vittorie ottenute in un momento delicato del campionato contro squadre di altissimo blasone, come Catania e Cosenza, oltre alle prestazioni di spessore come il pareggio contro il Monopoli e la gara giocata contro la Salernitana"
Facciamo un passo indietro per contestualizzare meglio il suo percorso. Lei conosceva già l'ambiente di Picerno per l'esperienza vissuta lo scorso anno. Le chiedo: quanto cambia il ruolo da vice a primo allenatore e, onestamente, si aspettava di ricevere questo incarico proprio a inizio anno?
"Guarda, per vent’anni ho sempre fatto il primo allenatore. Ho iniziato dalle giovanili, vincendo la Seconda Categoria, poi la Promozione, e ho trascorso quattro anni in Eccellenza nel mio paese. A 29 anni ho vinto il campionato di Eccellenza a Monopoli, poi ho accumulato tanti anni di Serie D. Successivamente, avevo deciso di tornare nel settore giovanile, vedi l’esperienza di Bari, e l’ho rifatto con la Primavera del Monopoli. È lì che ho conosciuto Tomei; ho accettato di continuare quel percorso nei professionisti perché c’era comunione di intenti e la stessa visione di calcio. Quando lui è stato chiamato a Picerno, l'ho seguito. Naturalmente, a fine anno, non sapevo che potesse nascere un discorso legato al Picerno per me; il mio desiderio era tornare a fare quello che ho sempre fatto. Avevo comunicato per tempo a Tomei la mia decisione, anche perché avevo ricevuto altre chiamate, ma non parliamo di Picerno in quel frangente. Poi è nato il discorso Picerno: quando la società ha saputo che non avrei proseguito il percorso con Tomei, mi hanno contattato. Ho accettato perché, dopo tanti anni di gavetta, era arrivato il momento di fare l'allenatore in Serie C. Come dico spesso, è la prima volta in questa categoria, ma le ho fatte tutte. Il calcio, in fondo, è uguale a tutti i livelli: cambiano solo la categoria e alcune dinamiche specifiche nella preparazione della squadra. Mi sono trovato benissimo e la considero un'esperienza fondamentale da aggiungere a tutte quelle vissute precedentemente"
Dopo il primo esonero, quanti rimpianti aveva nel lasciare così il Picerno?
"Nessuno, sinceramente. Fa parte del nostro mestiere. Anche in quell’occasione, credo di aver svolto il lavoro giusto, ma ci sono risultati che possono cambiare le dinamiche e influenzare le carriere degli allenatori. Eravamo partiti bene: pareggi a Cerignola e in casa col Giuliano, vittoria a Latina. Poi abbiamo avuto la sconfitta col Casarano, dove abbiamo offerto un’ottima prestazione e potevamo pareggiare fino all’ultimo secondo. Successivamente abbiamo ripreso il cammino con partite importanti: il pareggio col Benevento – dove eravamo sotto 2-0 e abbiamo rimontato – la vittoria col Foggia. Poi sono arrivate due sconfitte, col Crotone e la Casertana, che forse hanno preoccupato la dirigenza. Era un processo in divenire, con una squadra molto giovane e nuova, aspetto sottolineato più volte anche dal direttore. Credo di aver fatto il lavoro giusto in quei tre mesi, anche se tutto è sempre migliorabile. Quando il direttore mi ha richiamato, lui stesso ha ammesso – se ne è parlato fin troppo – di avere avuto il cruccio di avermi esonerato troppo presto. Si sono resi conto che forse alcuni ragazzi non erano ancora pronti tutti insieme per questo campionato. Quando me ne sono andato, eravamo a metà classifica, appena fuori dai playout. Non ho seguito il Picerno dall’interno, ma so che in una striscia di 11 partite, nonostante l’arrivo di nuovi giocatori svincolati, hanno ottenuto solo cinque punti, scivolando in ultima posizione. A gennaio la dirigenza ha rivoluzionato la squadra, ottenendo qualche risultato, ma quando si è tornati in zona playout, a sette giornate dalla fine, sono stato richiamato. Sono felice di aver contribuito, insieme ai ragazzi e a tutti i componenti del club, a questa salvezza. È stato un capolavoro per come è avvenuta e per le difficoltà intrinseche del Girone C di Serie C, un campionato fatto di grandi piazze e gare difficili ogni domenica"
Cosa è cambiato dal "primo De Luca" al "secondo De Luca" in termini concreti? I numeri parlano chiaro: siete passati da 0.90 ad una media di 1.30 punti a gara.
"Se parliamo di 0.90, è perché nei calcoli inseriscono la sconfitta in Coppa Italia – finita 1-1 col Trapani e persa ai rigori. Io, invece, ho fatto 9 punti in 9 partite nel primo ciclo, quindi una media esatta di un punto a partita in campionato. Al rientro, ne ho fatti 9 in 7 gare, media superiore a un punto. Certo, quando ottieni la salvezza matematica, è normale che le motivazioni calino un po', e tra Salerno e Sorrento avremmo potuto ottenere qualche punto in più. Però, sostanzialmente, non è cambiato nulla. Ho solo sfruttato il periodo a casa per studiare, aggiornarmi, seguire allenatori di Serie A, guardare partite di C e di tutte le categorie. L’aggiornamento è fondamentale. Ogni allenatore, però, rimane fedele al proprio modo di pensare e di vedere il calcio. Abbiamo ottenuto risultati importanti solo grazie al lavoro: non ci sono segreti"
Quando arriva a Picerno, in una situazione di classifica scomoda che squadra ha trovato fisicamente, tatticamente e mentalmente? Che aria si respirava nello spogliatoio?
"Parto con una premessa: non mi sento di giudicare nessuno, anzi, ho ringraziato chi c’era prima di me. Tuttavia, ho fatto il lavoro in cui credo. Se c’era stato un cambio, significava che qualcosa andava modificato. Ho inserito gradualmente i miei concetti nelle prime settimane, sempre attraverso il gioco, ovvero mediante esercitazioni in cui credo fermamente, mettendo la "palla al centro" di tutto. Abbiamo affrontato il percorso come se dovessimo vincere un campionato: non ci siamo limitati a "non prenderle", ma abbiamo lavorato per giocare a calcio, per segnare, per migliorare il possesso e la condizione atletica con la palla. Non è un caso se abbiamo vinto contro Catania e Cosenza andando in svantaggio e ribaltando il risultato. Vincere 2-1 a Catania dopo aver subito gol dimostra che la squadra, sia mentalmente che fisicamente, e dal punto di vista delle conoscenze tattiche, era capace di reagire. È successo col Cosenza, dove abbiamo segnato tre gol dopo lo svantaggio, ed è successo quasi a Salerno. Quella contro la Salernitana è stata forse la nostra migliore prestazione: abbiamo segnato, pareggiato, potevamo vincerla, ma per un episodio abbiamo perso (un'espulsione mancata per loro e un gol in fuorigioco, a mio avviso). Indipendentemente dagli episodi, è stato l'insieme del lavoro a dare alla squadra le giuste consapevolezze"
Lei arriva con un calendario che prevedeva, in sequenza: Monopoli, Catania, Cosenza e Salernitana. Non la spaventava questo filotto?
"No, anzi, penso sia stata la nostra forza. Poteva sembrare un destino già scritto, potevamo sembrare "già morti", e invece quelle partite hanno rafforzato il gruppo e creato motivazioni maggiori. Il bello del calcio è proprio questo: anche se ci sono avversari con un blasone o una rosa nettamente superiore, con la forza delle idee e creando un gruppo straordinario, puoi sovvertire i pronostici. Non parlo solo dell'aspetto tecnico-tattico, ma del gruppo unito, del rapporto con il mio staff, con i direttori e con tutte quelle persone che lavorano dietro le quinte – la "squadra invisibile" – che sono fondamentali. Si è creato un team di lavoro dai valori forti"
La vittoria di Catania, seguita da quella col Cosenza, rappresenta la settimana più bella e soddisfacente della sua carriera finora?
"Sicuramente. Vincere a Catania, in uno stadio storico e contro una società con una storia importante nel calcio italiano, insieme alla vittoria col Cosenza, rappresenta una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera"
Ha qualche aneddoto interno legato a queste due avventure che porta con sé?
"Come dicevamo con i ragazzi, abbiamo vissuto la settimana di Catania toccando con mano la disponibilità del gruppo. Anche qualche giocatore in difficoltà fisica ha stretto i denti pur di esserci; siamo andati con la rosa al completo. Si percepiva qualcosa di importante a livello di gruppo. Nella preparazione di quella partita, ricordo che avevamo diversi infortuni; ci è voluto tanto per trovare una soluzione che nessuno si aspettava, sulla quale ho anche rischiato, ma i ragazzi sono stati bravissimi a mettere in pratica tutto durante la settimana. Dopo la vittoria di Catania, l'autostima è cresciuta esponenzialmente e abbiamo continuato su quella strada, offrendo un'altra grande prestazione col Cosenza. Catania, fino a quel momento, aveva subito soltanto un gol in casa: subirne due da noi conferma che quello è stato il momento di svolta.
Momento di svolta che coincide anche con un cambio di modulo e il passaggio alla difesa a tre. Quanto ha lavorato sull'aspetto tattico? Abbiamo visto un Picerno duttile, estremamente moderno con tante novità...
"Abbiamo lavorato parecchio, come dicevo, attraverso il gioco, quindi con esercitazioni che portassero i ragazzi a comprendere le mie idee. Sono stati bravi a interpretarle al meglio durante la settimana. Si sono sentiti apprezzati nel dover interpretare più ruoli, sentendosi più responsabili nel saper trovare gli spazi. Più che i numeri, per me contano i concetti. Nelle prime due settimane i ragazzi hanno assimilato, non era facile in un mese trasformare completamente le idee in risultati. Li ringrazio per la disponibilità. Ho rischiato, è vero, ma è il mio modo di pensare e lo rifarei altre mille volte. È stata quell'idea, proposta in quel momento della stagione, a permetterci di ottenere la salvezza.
Concludo chiedendole del futuro. Sappiamo che è presto, ma lei, volendo, rimarrebbe in Lucania? E quanto il suo destino è intrecciato a quello del direttore generale Greco?
"A Picerno sono sempre stato bene, dal primo giorno. Ho già ringraziato in conferenza stampa il presidente – una persona straordinaria che in questi giorni è venuta dall'America – e il direttore Greco e il direttore Francese. C'è una stima reciproca. È giusto che prima il direttore si sieda con il presidente per programmare la stagione, perché lui è colui che organizza la società insieme al direttore Francese. Dal punto di vista tecnico, a catena, arriveranno le decisioni. Da parte mia non c'è nessun problema, mi sento legato alla piazza di Picerno, ma è giusto che avvengano prima quei ragionamenti di cui parlava il direttore.
Autore: Marco Laguardia
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