Essere tifosi, lo sappiamo, è un atto puramente emotivo. È affidare il proprio umore a novanta minuti, a una scelta arbitrale, a un pallone che colpisce il palo invece di entrare. Il tifoso non sceglie di tifare: si scopre tifoso. È un legame irrazionale, profondo, spesso ereditato. Nel tifo c’è fedeltà, sofferenza, memoria. C’è il passato che pesa più del presente e il futuro che viene sempre immaginato migliore.

Il problema nasce quando l’emozione chiede di diventare potere. Quando la passione, invece di restare sentimento, pretende di trasformarsi in competenza. In quel momento il tifoso smette di guardare e inizia a giudicare come se avesse il controllo. Le scelte diventano “ovvie”, gli errori “imperdonabili”, le decisioni “inspiegabili”. Non perché lo siano davvero, ma perché vanno contro ciò che il cuore avrebbe voluto.

Allenatori e dirigenti, al contrario, vivono in uno spazio scomodo. Un luogo dove le decisioni non possono essere romantiche. Dove ogni scelta è un compromesso tra ciò che sarebbe ideale e ciò che è possibile. Hanno informazioni che non possono condividere, equilibri che non possono rompere, pressioni che non finiscono mai. Il loro lavoro non è sognare, ma limitare i danni, prevedere le conseguenze, assumersi la colpa anche quando non è tutta loro.

Il tifoso guarda il risultato. Chi decide deve guardare il processo.

Il tifoso vive il momento. Chi guida deve pensare al domani.

Eppure, la tentazione di sentirsi “più lucidi di chi comanda” è forte. Forse perché illude di restituire controllo a chi, in realtà, non ne ha. Forse perché criticare è più facile che accettare l’impotenza. O forse perché amare qualcosa così tanto rende difficile accettare che altri ne abbiano la responsabilità.

Essere tifosi, alla fine, non significa smettere di pensare o di criticare. Significa riconoscere il proprio posto. Accettare che l’amore non dà automaticamente competenza, ma dà qualcosa di altrettanto prezioso: senso. Senza tifosi, il calcio è solo un lavoro. Senza dirigenti e allenatori, resta solo un sogno confuso.

La maturità del tifo sta lì: nel sapere quando parlare e quando ascoltare. Quando urlare e quando aspettare. Quando dire “io avrei fatto così” e quando ammettere che, forse, non tutto è visibile dalla curva.

Perché tifare è un privilegio emotivo.

Decidere è una responsabilità.

E confondere le due cose, spesso, è il modo più rapido per rovinare entrambe.

Sezione: #MondoPotenza / Data: Dom 08 febbraio 2026 alle 16:01
Autore: Red TTP / Twitter: @tuttopotenza
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