Immagina di essere un tifoso del Bari che decide di andare in trasferta a Bolzano, a mille chilometri da casa. Immagina di esserti organizzato per consacrare la Pasquetta alla tua squadra del cuore. Hai rinunciato ad altri impegni e magari hai organizzato insieme a tutta la famiglia. Hai comprato i biglietti del treno, da Bari a Bolzano; più probabilmente ti sei organizzato con pullman e macchine insieme ad altri tifosi. Ognuno ha versato la propria quota, magari. Hai comprato il biglietto per lo stadio seguendo tutta la procedura, hai dato tutti i tuoi dati al sito, compreso il tuo documento. Quanto ti saranno partiti, minimo 80 euro, probabilmente di più?
Ora immaginate di essere un tifoso dell’Udinese, del Pescara, della Juventus o di qualsiasi squadra impegnata in trasferta nella giornata di ieri. Immaginate di essere un tifoso della Salernitana. Immaginate aver speso soldi, energie e risorse mentali per questo atto d’amore novecentesco: andare a seguire la tua squadra in trasferta. Un gesto sempre più difficile da sostenere nel 2025, con l’impoverimento economico della società e l’espansione del tempo del lavoro. Uno di quei gesti, però, che tengono ancora in piedi il calcio nelle sue due facce: come evento sociale e come industria dell’intrattenimento.
Magari siete anche cattolici, o anche da laici nutrite un profondo rispetto per la figura di Papa Francesco, perché vi piaceva come leader politico o come essere umano. Così queste cose sono finite per entrare in contraddizione: onorare la memoria del Papa, e rispettare i propri sacrifici.
Mi rendo conto che a sponsorizzare queste posizioni si finisce sempre per ripetere sempre quelle frasi vuote - «Ci siamo fermati per un leader religioso, per il capo di uno stato straniero», «Ma non eravamo uno stato laico?» - che ignorano il contesto. Però non si può nemmeno ignorare l’ennesima decisione che calpesta i bisogni e le condizioni delle persone che tengono in piedi il calcio, e cioè i tifosi. Persone che spendono soldi per pagare abbonamenti, treni, pullman, striscioni, coreografie e per continuare a darci l’impressione che il calcio abbia ancora una rilevanza sociale e culturale; che sia uno spettacolo più grande della somma di ciò che è visibile.
Fabio, insieme ad altri tifosi dell’Udinese, è arrivato a dieci chilometri da Torino, è sceso dalla macchina per farsi una foto ed è tornato indietro. Chicca, che doveva partire da Forlì per andare a Parma, e che stava aspettando il pullman per strada, è dovuta tornarsene indietro. Pietro, che doveva raggiungere Modena da Udine e che ha dovuto fermarsi a Padova, scendere dal treno e prenderne uno di ritorno. Simona, partita da Pescara verso Legnago con la famiglia, e fermatasi al Garda.
So bene che non è la prima volta che il campionato si ferma per la morte del Papa e che era già successo nel 2005, in seguito al decesso di Papa Giovanni Paolo II. E per qualcuno sarà anche stata una bella madeleine. Il semplice fatto che sia già successo, non basta però a motivare la sua ripetizione, come fosse una tradizione da onorare.
Non sono così naif da ignorare il rapporto contraddittorio che lega calcio e Chiesa in Italia (come del resto ciò che lega la Chiesa a tutto in questo paese). Tutto il novecento è stato segnato dalla negoziazione e dal compromesso fra il campionato e la messa. Ancora nel 2016 il cardinale Betori chiedeva il rinvio delle partite del sabato pomeriggio o della domenica mattina, perché distoglierebbero i giovani dal catechismo o dalla chiesa. «Servirebbe uno sforzo» aveva dichiarato.
So che la decisione non dovrebbe stupirmi, perché in fondo non c’è soluzione più italiana di questa: giocare a Pasqua ma fermare tutto per la morte del Papa il giorno dopo per non fare il secondo sgarbo consecutivo alla Chiesa. Paralizzare tutta la comunicazione sportiva per ricordarci che al Papa il calcio piaceva molto, producendo questo paradosso per cui non potevamo onorare il Papa giocando a calcio e ricordandolo in un minuto di silenzio - che sarebbe stato, verosimilmente, molto sentito e partecipato. Bisognava fermare tutto, forse per proteggersi dalle conseguenze politiche della decisione, forse per non assumersi responsabilità. È una contraddizione evidente anche ai tifosi intervistati in queste ore: davvero si rischiava di rovinare il ricordo di un Papa così appassionato di calcio, giocando a calcio, e non rovinando i sacrifici di migliaia di persone? Il centro di coordinamento dei Salernitana Clubs ha sottolineato la contraddizione di una decisione che tratta i tifosi come "un ingranaggio da cui drenare soldi e potere" per onorare un Papa che ha smesso contestato questi valori. Vi può suonare come una posizione retorica, ma centra un punto e bisogna essere fin troppo cinici per non accorgersene.
Nel frattempo la situazione continua ad aggrovigliarsi seguendo logiche tutte italiane. Le partite di sabato, giornata di lutto nazionale, saranno posticipate, ancora non è certo a quando. La gestione ha toccato punte grottesche. Alla Lazio è stato comunicato del recupero della partita a mercoledì, a Genova, mentre era già praticamente in volo da Genova a Roma - dovrà quindi ripartire oggi per raggiungere di nuovo Genova. La società, con un comunicato, si è detta contraria a quel recupero perché la squadra avrebbe voluto fare visita alla camera ardente del Papa - con un giro di polemica e lamentela quasi impensabile. C’è poi il problema di Inter-Roma, prevista per sabato alle 18, una partita decisiva per la classifica. L’Inter ha un calendario congestionato dalle tre competizioni ed è quindi molto difficile trovare una data utile. L’ipotesi più plausibile, mentre scrivo, è che la partita si recuperi domenica, togliendo però all’Inter un giorno di recupero prima dell’andata di Champions League contro il Barcellona.
Comunque vada, tutti i protagonisti coinvolti avranno motivo di lamentarsi. Certo, dovranno stare attenti e trovare il miglior compromesso possibile per lamentarsi della situazione e non mancare di rispetto alla memoria del Papa. Un'impresa complessa, ma alla portata.
Intanto la Kings League non è stata annullata e alcuni protagonisti hanno rivendicato la scelta, riuscendo ad apparire quelli dalla parte del buon senso.
Insomma, stiamo assistendo a un pasticcio tipicamente italiano, largamente preventivabile e del tutto comprensibile secondo le nostre logiche - che però sono pazzesche e dovremmo ogni tanto fare il sano esercizio di guardarle dal di fuori. Sono decisioni che commentiamo con l’ironia distaccata di chi ha imparato a scendere a patti con le follie di questo paese. Non per questo però dovremmo far finta di niente; mi sembra che valga la pena ribadire l’ovvio, e cioè che ancora una volta la parte più importante del calcio, cioè i suoi tifosi, non è stata rispettata e tutelata. Se magari si potrà fare qualcosa per il rimborso dei biglietti dello stadio, come si farà con i soldi spesi per il trasporto, col tempo perso, con il disagio provocato?
Nei loro discorsi pubblici, e nei loro pdf aziendali, i grandi dirigenti del calcio sembrano ossessionati dal pubblico. Non sembrano dormire la sera, per la paura che questo pubblico possa diminuire, che le nuove generazioni possano non essere interessate al calcio - che loro chiamano “il nostro prodotto”. Che la Kings League, o Fortnite, o Fifa, possa sostituire "il loro prodotto". Eppure quando c’è da prendere una decisione nel disinteresse del pubblico, non sembrano farsi grossi problemi. Quando si tratta del prezzo dell’abbonamento alle Pay tv, per esempio, o della possibilità di giocare in giorni feriali, in orari assurdi, o di vietare trasferte per rifiutare la gestione dell'ordine pubblico, il tifoso è sempre e solo un consumatore scemo da spremere, sui cui sacrifici si potrà sempre contare.
I tifosi del Bari, arrivati ormai al parcheggio dello stadio del Sudtirol, hanno poi organizzato una grigliata.
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